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Film TV (09/09/98)
Emanuela Martini
Computer, viaggi in Intemet, droga, famiglia slabbrata, approssimativa, affettuosa. Ci
sono una madre, due figli, due padri e altri fuggevoli fidanzati nella storia di
"L'albero delle pere" di Francesca Archibugi, che gira intorno al fascino
imbronciato di mamma Valeria Golino, con tanti capelli e altrettanti tormenti che,
purtroppo, la sceneggiatura (della Archibugi) non riesce a delineare. Come restano
stereotipati i due padri, Sergio Rubini "creativo" (regista sperimentale),
capelluto anche lui e irrisolto, e Stefano Dionisi " normale " ( avvocato ) ,
con soldi, auto, abito e taglio di capelli in ordine, due fantasmi che passano e
scompaiono in una piattezza televisiva. In realtà, il film si regge sulla faccia
appuntita e intensa di Niccolò Senni, il ragazzo che interpreta Siddharta, il figlio
grande. La storia, trattata con il necessario spessore, poteva funzionare. Ma lo stile non
si distacca da quello di un "tv-problem-movie"; le notti e i risvegli sono
ripetitivi («Svegliati, svegliati Siddharta», urla il computer mai spento al
protagonista), i giorni e gli eventi un po' fasulli. Ci sono incongruenze pesanti nella
sceneggiatura (non è possibile che nessuno chieda al ragazzo il vero motivo di quelle
analisi; è improbabile che una mamma svitata ma borghese tenga in giro e usi siringhe
riciclate); ma si sa che il pubblico televisivo di solito non bada a queste cose. Ci sono
citazioni insistite (il cane Ozu, Socrate), bamboleggiamenti, voli poetici (il volo su
Roma notturna) senza ali. C'è una bara, alla fine, sotto lo schermo che proietta
"L'albero delle pere" (film nel film realizzato da babbo Rubini), di dubbio
gusto. Tutte cose alle quali il pubblico cinematografico, invece, bada.
Repubblica (05/09/98)
Irene Bignardi
VENEZIA - Tenero, e abile. L'albero delle pere di Francesca Archibugi è molto meglio del
suo titolo un po' volgarotto - e anche dell'escursione nella letteratura di "Con gli
occhi chiusi". Questo è il mondo di Francesca Archibugi - famigliastre, legami
complicati, adolescenze inquiete, e Roma, di cui sa cogliere il misto di caos crudele e di
umanità. E queste sono le sue storie - perché solo Francesca Archibugi sa guardare con
tanta naturalezza "dalla parte dei ragazzini", quasi l'occhio della cinepresa
dal tradizionale fuoco sul mondo degli adulti si spostasse ad altezza di adolescente.
Eppure, L'albero delle pere è troppo abile per il suo stesso bene, troppo gentilmente a
tesi, troppo "furbo" per essere veramente toccante. Gli ingredienti della
commozione potenziale ci sono tutti. Due innocenti che cercano di cavarsela in un mondo
adulto mai cresciuto, figli di padri diversi (di Stefano Dionisi il borghese, tutto
appuntamenti e telefonini, di Sergio Rubini l'alternativo coi capelli lunghi): lui,
afflitto dal nome di Siddartha, musicista in erba, cyberfanatico e protettore
affettuosissimo (Niccolò Senni), lei, la sorellina piccola (Francesca di Giovanni), che
parla purtroppo come un cartone animato. Sullo sfondo una madre bellissima e tenera, ma
persa dietro il suo mondo di droga (Valeria Golino). Succede che, come nelle fiabe
cattive, la sorellina si punge con una siringa abbandonata dalla bella mamma sciagurata in
bagno: e Siddartha ("come Buddah da magro" spiega paziente), nel dubbio,
considerandosi l'unico protettore della bambina (o forse anche dei segreti della madre?)
comincia un'odissea attraverso i laboratori ospedalieri per sapere se la piccola è stata
contagiata. Con drammatico finale a sorpresa. Dal fortunato debutto dieci anni fa con
"Mignon è partita", Francesca Archibugi ha affinato il suo occhio
cinematografico, ma ha forse perso, nel contatto diretto con la contemporaneità, la
grazia che il filtro della memoria dava al suo primo film. E per troppa consapevolezza
L'albero delle pere - molto ben diretto, molto ben fotografato da Luca Bigazzi - sembra
una pagina di un moderno libro "Cuore" noir, in cui gli adulti sono distratti
più che cattivi e solo i ragazzini sanno cosa siano veramente i sentimenti e il senso di
responsabilità. Non sarà un'abile forzatura? Segue dibattito. C'è molta musica in
L'albero delle pere (di Battista Lena, compagno dell'Archibugi).
L'Unità (05/09/98)
Michele Anselmi
VENEZIA. Le«pere» del titolo sono proprio quelle, non i frutti. Perché é di eroina (e
delle sue conseguenze) che si parla nel nuovo film di Francesca Archibugi. Ma L'albero
delle pere é anche la storia di una famiglia «allargata», di una madre infantile e
irresponsabile, di due «padri» inconciliabili e soprattutto di un quattordicenne che da
grande, parola della regista, «sarà un grand'uomo». Il ragazzino si chiama Siddharta:
nome fessacchiotto e gravoso da portare, tanto, che alle comprensibili obiezioni della
gente, lui risponde ormai con un nastro registrato. «Mi chiamo come Buddha da magro».
Incolto e forastico, lo definisce l'Archibugi, ma non ci vuole molto a capire che
Siddharta, sotto quella criniera di riccioli, custodisce una sensibilità a fior di pelle.
Figlio di una madre sciroccata che continua a «farsi» e di un regista sperimentale,
perennemente squattrinato, l'adolescente s'è dovuto prendere cura della donna, alla quale
fa quasi da «mamma». Nella casetta a un passo dall'ex mattatoio romano, in pieno
quartiere Testaccio, Siddharta ospita ogni tanto la sorellina Domitilla, nata da un'unione
successiva con un giovane avvocato, che poi è il vero pilastro economico della
situazione. E proprio durante una di queste trasferte, mentre Siddharta schitarreggia col
suo gruppo rock «Le seghe elettriche», la piccola si ferisce al naso con una siringa
presa dalla borsetta della mamma. É una Roma natalizia, livida e chiassosa, quella chi fa
da teatro alle generose menzogne di Siddharta, il quale, sentendosi in colpa ma non
volendo coinvolgere i genitori, vuole ad ogni costo sottoporre la sorellina ad una serie
di analisi del sangue. Pare facile! La sanità malata mette solo ostacoli sulla strada del
ragazzino, mentre cresce la tensione in casa e il cerchio si stringe attorno ai due
fratelli. Tranquilli, non é Aids, però... «La paura della morte ti fa venire la paura
di vivere», sentiamo dire a un certo punto. Ma questo vale per la madre tossica e
immatura, fors'anche per i due padri, non per Siddharta, che attraverso quel calvario
metropolitano scopre la fatica del crescere e il piacere dell'indipendenza. Se
l'importante é vivere, all'occorrenza si può farlo «nonostante» i genitori. Francesca
Archibugi nutre il suo racconto di Natale di annotazioni ora, buffe ore leziose, fedele a
uno stile che ormai è diventato un po' il suo marchio di fabbrica. Alle prime
appartengono le ironie sui marescialli televisivi e gli incespichi amorosi di Siddharta;
alle seconde la citazione da Ti ricordi Dolly Bell? di Kusturica («Ogni giorno, sotto
ogni riguardo, progredisco sempre di più») e la battuta sul chitarrista jazz Wes
Montgomery. Ma nell'insieme il film non entusiasma, pur possedendo una sua leggerezza
drammatica, una sua nitida cifra stilistica. Sarà perché lo sguardo assolutorio della
regista nei confronti della scorticatà-irresponsabile Silvia (ben resa da Valeria Golino)
risulta a volte irritante, sostanzialmente ideologico; al pari del modo un po' sommario in
cui vengono tratteggiati i due padri (Sergio Rubini é l'«alternativo», Stefano Dionisi
il «borghese» ). Sicché sono i due bambini, alla fine, a rubare la scena ai grandi,
senza eccedere in smorfie, e anzi portando nei rispettivi personaggi (Niccolò Senni fa
Siddharta, Francesca Di Giovanni fa Domiùlla) un senso di gioiosa, liberatoria,
ammirabile ribellione.
Giornale (05/09/98)
Maurizio Cabona
Compatire i drogati? Capire i reduci sessantottardi non «arrivati» da arrivisti, ma
invecchiati da falliti? Francesca Archibugi risponde sì e ancora sì con L' albero delle
pere, da lei scritto e diretto, candidato a uno dei premi della Mostra di Venezia. La
trama. Un adolescente (Niccolò Senni) ha «a carico» la sorellastra di cinque anni
(Francesca Di Giovanni) e la madre eroinomane e cocainomane (Valeria Golino), che ha
piantato sia il padre del ragazzo, cinematografaro di sicuro insuccesso (Sergio Rubini),
sia il padre (Stefano Dionisi) della bambina, avvocato mantenuto dal papà. La madre
lascia in giro per casa siringhe usate e la figlioletta si punge. Si è contagiata di Aids
o altro? Il ragazzo, minorenne, ha difficoltà nell'ottenere delle analisi del sangue per
lei e rimedia nei suoi tentativi anche una denuncia per violenza privata e furto. Appreso
il nuovo danno che ha provocato, la madre vuole redimersi, ma quelle come lei non si
redimono mai. Un giorno finisce con l'auto contro un tram... Vicenda generazionale nella
quale chi potrebbe immedesimarsi non va al cinema, perché dedito a elemosinare e a
rubare, L'albero della pere è il rifacimento televisivo (lo produce Telepiù), tutto
ossessivi primi e primissimi piani in chiave disperata Voltati Eugenio di Luigi Comencini
(1980). Per i buonisti, il buono della storia è il ragazzo; per gli altri, è il tram.
Stampa (05/09/98)
Lietta Tornabuoni
Certi genitori non vogliono diventare adulti, restano ragazzi mai cresciuti, Peter Pan
velleitari e confusi anche quando sono madri e padri di figli piccoli magari più maturi e
responsabili di loro : Francesca Archibugi, dopo «Verso sera».e «Il grande cocomero»,
torna a questo tema che le é caro, ai bambini e ragazzini che la interessano
appassionatamente, con il primo film italiano in concorso alla Mostra, «L'albero delle
pere» («pere» é inteso nel senso di iniezioni di droga). Domitilla, neppure cinque
anni, si graffia per caso con una siringa trovata tra gli oggetti di sua madre Valeria
Golino, amorosa e distratta, bella e dannata, il cui slogan nell'uscire inquieto di casa
é: Allora, io vado. Siddharta, il fratello adolescente, si allarma, teme che la piccola
si sia infettata, ha paura ma non vuole parlarne con la madre per non darle
preoccupazione, né vuole parlarne con i padri (il suo, quello della sorellina) Sergio
Rubini e Stefano Dionisi, nei quali non ha fiducia: si prende la responsabilità di
provvedere agli esami del sangue, di sapere, di trovare un rimedio come fa per tutto nella
vita domestica. La morte della madre in uno scontro di automobili aprirà un vuoto immenso
nella piccola famiglia, porterà cambiamento e in certo modo restituirà al ragazzino una
libertà leggera de la sua età. Siamo alle vacanze di Natale del 1998, e i genitori del
film paiono un poco diversamente datati, dislocati a un'epoca anteriore (magari agli
ottanta di «Piso Pisello» di Peter Del Monte), fuori da questo tempo invece così
pavidamente ordinato e conformista. Ma Francesca Archibugi sa raccontare come pochi la
quotidianità, il linguaggio e i luoghi della gente comune: supermercato, Usl, scuola,
l'oscurità domestica dei pomeriggi invernali, le ribellioni filiali repentine ma fiacche
(«Se non vuoi che cresciamo, perché ci hai fatti?»), l'autoindulgenza paterna
(«Eravamo così giovani...»), l'angustia di vite faticose, affaticate sin dall'infanzia.
Corriere della Sera (05/09/98)
Tullio Kezich
Vedo in giro qualcuno che fa boccuccia di fronte a «L'albero delle pere» di Francesca
Archibugi. D'accordo, il titolo è brutto: ma lo deplora sullo schermo la stessa
protagonista Silvia (la toccante Valeria Golino) perché così ha intitolato il video che
su di lei va registrando l'ex marito Massimo (Sergio Rubini), cineasta velleitario. Il
problema, comunque, sarebbe che all'interesse dello spunto non corrisponde uno svolgimento
impeccabile. Ammettiamolo. E tuttavia mi chiedo: da quante proiezioni del festival si
emerge rimescolati dentro, con la sensazione di aver conosciuto gente vera e addirittura
con la curiosità di cosa gli succcederà dopo? Che ne sarà del ragazzo Siddharta
(Niccolò Senni, una rivelazione), figlio 14enne di Silvia e Massimo, e della sorellina
Domitilla (Francesca Di Giovanni), figlia del probo Roberto (Stefano Dionisi) altro
«ex»? Per essersi punta con una siringa della madre tossica, la bimba di 5 anni si è
beccata l'epatite C: e l'alacre fratellastro si prodiga per fronteggiare la situazione
tenendone fuori l'amatissima Silvia. Il seguito potete vederlo al cinema, perché la
pellicola è già in prima visione. Tutto si svolge nel quartiere romano del Testaccio, a
cavallo delle festività di fine anno, ed è un'occasione per la Archibugi di riproporre
un tema a lei caro: il fallimento di una generazione di genitori immaturi, la speranza in
un mondo salvato dai ragazzini. Tra i quali Siddharta, ironizzando da solo sul suo nome
tributario a una stupida moda d'epoca, prende coscienza di sé alternando lo studio della
chitarra alle navigazioni su Internet. Più che la trama avvincono le varie situazioni
intonate a quell'intimismo sociale che l'autrice aveva già sperimentato in «Il grande
cocomero». Non c'era bisogno, per dire la verità, di intromettere il video, di
rivisitare Roma dall'alto di un aereoplano o di far sfilare certe manieristiche
testimonianze al funerale. Però, rilievi a parte, è giusto inchinarsi ai film che hanno
un'anima. |